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Roma

  • Uscita:
  • Durata: 135min.
  • Regia: Alfonso Cuarón
  • Cast: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Diego Cortina Autrey, Carlos Peralta, Marco Graf, Daniela Demesa, Nancy García García, Verónica García, Andy Cortés, Fernando Grediaga, Jorge Antonio Guerrero, José Manuel Guerrero Mendoza, Latin Lover, Zarela Lizbeth Chinolla Arellano, José Luis López Gómez, Edwin Mendoza Ramírez, Clementina Guadarrama, Enoc Leano, Nicolás Peréz Taylor Félix, Kjartan Halvorsen
  • Prodotto nel: 2018 da NICOLÁS CELIS, ALFONSO CUARÓN, GABRIELA RODRIGUEZ PER ESPERANTO FILMOJ, PARTICIPANT MEDIA
  • Distribuito da: NETFLIX

TRAMA

Le vicende di una famiglia borghese messicana che vive nel quartiere Roma a Città del Messico negli anni settanta. In un anno turbolento Sofia, madre di 4 figli, deve fare i conti con l'assenza del marito, mentre Cleo affronta una notizia devastante che rischia di distrarla dal prendersi cura dei bambini di Sofia, che lei ama come se fossero i propri...

Dalla critica

  • Cinematografo

    1970, Città del Messico, quartiere Colonia Roma: la vita di Cleo (Yalitza Aparicio, non attrice), giovane domestica di una famiglia di professionisti. Dopo il pluripremiato Gravity del 2013, Alfonso Cuarón torna dietro la macchina da presa e alla Mostra di Venezia, in Concorso, con Roma , targato Netflix. Quarta volta al Lido, dove ha portato anche Y Tu Mamá También , Children of Men e, appunto, Gravity , riabbraccia il patrio Messico, nonché i ricordi della sua infanzia, miscelati tra biografia e finzione e riversati su schermo in un film di cui è tuttofare: regista, sceneggiatore, produttore, direttore della fotografia e montatore. Tra 1970 e ’71, compreso il terribile El Halconazo del Corpus Domini, quando i paramilitari appoggiati dal governo detti Los Halcones (I Falchi) massacrano 120 studenti per strada, il Messico è in rapida evoluzione, e così la famiglia protagonista: lei biochimica, lui medico, quattro figli, la preziosa Cleo e un’altra domestica, un cane che scagazza impunemente in cortile, la volontà di stare uniti e le tensioni centrifughe, che sono pressoché esclusivamente del (non) pater familias… Girato in bianco e nero estatico epperò quotidiano, supportato da un lavoro sul sonoro superbo, e ancor più da un agio spaziale che ha dell’incredibile – gli effetti speciali sono della partita – e da una maestria tecnica palpabile, oltre i limiti del calligrafismo, Roma consegna il Cuarón messicano delle origini – mancava da Y Tu Mamá También – e anche quello che è venuto dopo, perché complice la tata e tuttofare Cleo potremmo ribattezzarlo “I figli degli altri”: è lui in purezza, scaltro, esatto, mirabolante, e che altro? La lontananza dalla madre e dal villaggio natio, la confidenza con l’altra colf, le uscite con il marziale Firmin, con cui perde la verginità e di cui rimane incinta, il trantran lavorativo: la prospettiva è quella di Cleo, ma non l’empatia, che difetta – non è una novità per Cuarón – al film. Magistrale stilisticamente, ma qui e là serpeggia un certo sadismo, mentre costante e sanzionabile è il senso di colpa borghese per le dinamiche serva-padroni che inquadra: certo, il marito e Firmin sono i “cattivi e codardi”, almeno gli irresponsabili, ma anche il bilancino tra la padrona di casa (Marina de Tavira) e Cleo è gravoso, sopra tutto circa la salvezza dei rispettivi figli. Più bello a vedersi, in fondo, che bello da vedere, Roma .

  • Nazione-Carlino-Giorno

    Per Alfonso Cuarón, ecclettico latinoamericano a Hollywood di risultati discontinui (in curriculum un ''Harry Potter' e il 'Gravity' spaziale vincitore di Oscar), questo 'Roma' è il film della vita, un ritorno alla casa di famiglia nel quartiere alto borghese del titolo a Città del Messico, dove l'ago di un tempo proustiano in bianco e nero cuce le sorti della domestica Cleo in risonanze neorealiste e felliniane. (...) 'madeleine' comandate da una potente visione di dettaglio e d'insieme (...).

  • Corriere della Sera

    Fotografato in un risplendente bianco e nero, il film sa trasmettere quel senso di confusione se non di sconfitta e fallimento che il Messico attraversava in quegli anni, dove la borghesia (vedi il marito) preferisce fuggire e il proletariato (come il fidanzato di Cleo) sfoga la rabbia nella violenza. Cosi come assume forza metaforica il destino dell'indigena Cleo, madre mancata per sé ma madre salvifica per i figli della borghesia. Un sovraccarico di senso che però finisce per togliere vitalità al film, troppo perfetto nelle sue studiatissime inquadrature e nei suoi ricercati movimenti di macchina per emozionare davvero. Svelando quello che è probabilmente il problema delle produzioni Netfiix affidate a registi di gran nome: una libertà tanto grande da favorire gli eccessi.

  • La Stampa

    Sconfina nel passato, riconfinandosi a girare nel paese natio, il messicano Alfonso Cuarón dopo un lungo interludio hollywoodiano. Troupe e cast del luogo, e Cuarón che (...) disegna il quadro semi autobiografico di una crisi familiare addolcita dalle materne cure di una domestica, firmando regia, copione, fotografia e montaggio. Più cinema d'autore di così!, eppure nonostante la bellezza formale e la sensibilità del racconto, «Roma» non agguanta come dovrebbe.

  • La Repubblica

    Il presupposto alla base di 'Roma' è in fondo giusto: perché le storie degli umili e degli ultimi dovrebbero essere mostrate per forza con un realismo paradocumentario? Alfonso Cuarón, regista di film diversissimi, da 'Y tu mamá también' a un Harry Potter, per il suo dramma sociale in cui torna al natio Messico, sceglie un luccicante bianco e nero, inquadrature e movimenti di macchina costruitissimi. (...) Le disparità di classe sono esposte in maniera diretta, con le differenze abissali tra servi (spesso indios) e padroni, ben oltre le differenze di genere. (...) Dopo il successo di 'Gravity', Cuarón ha potuto realizzare un film che sentiva profondamente, in cui ha messo i propri ricordi d'infanzia. E, come si diceva, ha scelto uno stile sontuoso, con un grande senso dello spazio, esibendo la presenza di una regia 'ricca', di uno sguardo inevitabilmente diverso da ciò che si narra. (...) Anche se in certe scene-clou (il parto con inquadratura fissa in parte fuori fuoco, una scena al mare in complicatissimo piano sequenza di 5' con controluci e dolby avvolgente) rischia di distrarre dall'intensità della vicenda.

  • Il Manifesto

    'Roma' nasce precisamente dai ricordi del regista, la casa della sua infanzia è stata ricostruita nei particolari, ha voluto intorno a sé solo maestranze di lingua spagnola (anche se lui stesso ha ricoperto la maggior parte dei ruoli, dal direttore della fotografia al montaggio). L'andamento della vita domestica è l'osservatorio privilegiato da cui mostrare la costruzione gerarchica di una società maschilista, dove le domestiche sono l'ultimo anello, testimoni anche dello sgretolamento di una vita protetta. Da pochi indizi, da piccoli eventi fino a quelli più inaspettati e drammatici è reso palpabile il cambiamento dei tempi, così come i drammi personali alludono alle tragedie che avvengono per strada, ma senza che ci sia bisogno di mostrarle se non per allusioni. (...) bastano pochi secondi per riannodare tutti i fili, magnifico lavoro di costruzione che svela più dimensioni, dalla struttura classista della società, dal quartiere benestante al pueblo senza acqua e senza luce, le strade di fango. Cuarón fa emergere da ogni angolo dello schermo la vita palpitante del passato e ciò che resta di vitale nel presente, la rete degli affetti, i suoi ricordi d'infanzia portati poi da grande sullo schermo.

  • Il Fatto Quotidiano

    La sequenza dell'Halconazo è tra le più superbe di un film che stilisticamente ha molto da insegnare, girato com'è in un bianco e nero di grande agio spaziale (gli effetti speciali sono delle partita) e di cura maniacale per il sonoro. Cuarón vi distilla l'abbandono di due donne (...). Un incontro-confronto, e una dinamica serva-padrona, che ha il Messico per bisettrice, le classi sociali per punti di fuga e Cleo per prospettiva (non) privilegiata (...). Il volemose bene, però, è lasco, già Cuarón non è un campione d'empatia e qui un pervasivo e invasivo senso di colpa borghese non lo aiuta: c'è l'eredità di 'Y tu mamá también', c'è la lezione di 'Children of Men' - questo potremmo ribattezzarlo I figli degli altri - e l'abituale perizia tecnica, ma è un film più bello a guardarsi che bello da vedere.

  • Il Messaggero

    Come si dice 'Amarcord' in messicano? 'Roma'. Alfonso Cuarón ricorda la sua infanzia in un bianco e nero maiuscolo a Città del Messico (...).È un film sulla donna, l'ennesimo di questa Venezia di registi maschi che inquadrano, con potenza, più Lei che Lui. Nella pellicola Cleo è la fiera protagonista mixteca del popolo (la prima apparizione cinematografica di Yalitza Aparicio è sensazionale) mentre Sofia sembra una borghese piccola piccola in cerca di riscatto. Fellini è ovunque e non tanto per 'Amarcord' quanto piuttosto per 'La strada' (forzuti che si esibiscono in tv e davanti a giovani proletari trasformando il circo in arti marziali di massa), 'Le notti di Cabina' (lo spaesamento di una donna davanti all'amante crudele) e 'Otto e mezzo' (un tunnel intasato di macchine ferme). Il regista messicano (...) dirige, fotografa e monta con il chiaro intento di purificarsi nella memoria di un quartiere (Roma) di Città del Messico pieno di vita anche quando per strada ci si spara senza pietà (Massacro di Tlatelolco). Lunghi piani sequenza ipnotici e morbide carrellate infinite (una in mare contro le onde da brividi). Dura due ore e un quarto ma potevamo vederne altre quattro. (...) Forse non è il suo film più bello (l'interclassismo domestica-padrona a volte è fin troppo idealizzato) ma quanto ci mancava il suo sguardo così vorace di vita. Anche quando è la sua.

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